visioni, recensioni

Karen Pinkus,  2018 


recensione a cura di Claudia Lombardo

Che cosa hanno in comune la freccia di cupido, il vello d'oro, gli oceani e il santo Graal con elementi come legno, carbone, petrolio, Radio e Uranio? La risposta giace tra le pagine di Fuel. A Speculative Dictionary, una raccolta idiosincratica di combustibili reali e fantastici tramite cui Karen Pinkus ci invita ad immaginare nuovi modi di interazione con queste sostanze. Pinkus, docente di letteratura italiana presso la Cornell University, da oltre un decennio studia le dinamiche del rapporto tra studi umanistici e cambiamento climatico adottando l'approccio trans-disciplinare distintivo delle Environmental Humanities. Fuel è un'ambiziosa revisione lessicologica avanzata «not in order to demonize energy and not in order to create a new hierarchy in which certain renewables take over from fossil fuels» (p.10) bensì rivolta alla creazione di storie che affrontino il problema dei combustibili futuri a seguito della Grande Accelerazione che ha inaugurato l'Antropocene, l'era in cui viviamo e in cui tempo umano e tempo geologico procedono inesorabilmente in sincronia. Pinkus rivendica la natura speculativa della sua operazione, e con questo lavoro sembra rispondere al monito lanciato da Donna Haraway: «We need stories (and theories) that are just big enough to gather up the complexities and keep the edges open and greedy for surprising new and old connections»1. Le voci ibride di questo anomalo dizionario sono tratte da un eccentrico canone letterario e para-letterario che comprende racconti fantastici di Jules Verne, film di fantascienza come Moon di Duncan Jones, gli esperimenti dei fratelli Montgolfier e la corrispondenza commerciale di Henry Ford. Le storie estratte da queste fonti eterogenee narrano le modalità in cui l'essere umano ha esercitato la propria agency sulle risorse del pianeta declinando in funzione antropica lo stato in potenza dei combustibili.

Lo scopo di Fuel è dilatare la semantica del referente per dimostrare come le odierne retoriche di sostenibilità e rigenerazione energetica – analogamente all'utopia di estrarre energia dal nulla, dall'aria, dai rifiuti umani, animali o da materiali sintetici senza conseguenze – nascano da un antico fraintendimento: la convinzione che i combustibili siano una manifestazione immanente dell'energia. La tesi della studiosa è che queste sostanze siano piuttosto potenzialità, cioè elementi presenti sul pianeta, e nell'immaginario collettivo, in varie forme, liquide o gassose, visibili o invisibili, non ancora fissate nelle rigide forme di potere delle infrastrutture energetiche.

La prima voce di entrata, Air, funge da introduzione al lavoro. In poche pagine Pinkus affronta le premesse teoriche del suo approccio speculativo, per discutere poi le coordinate metodologiche e gli strumenti retorici impiegati per (re)interpretare questa e le altre sostanze come potenziali combustibili. La studiosa suggerisce di leggere le voci in qualsiasi ordine e in modo discontinuo o addirittura inverso per favorire l'effetto di straniamento e l'emergenza di un pensiero critico. Lo strumento retorico principale che Pinkus utilizza per creare ponti tra le sostanze è l'analogia, una figura che contrassegna in un oggetto materiale la caratteristica peculiare che gli consentirà di agire come un combustibile, o di alimentare processi come un carburante nei contesti più disparati. Ad esempio, la voce Fleece ci propone di leggere le Argonautiche come un viaggio alla ricerca del vello d'oro, un oggetto leggendario che dal punto di vista simbolico alimenta il movimento della narrazione, mentre dal punto di vista materiale reca su di sé le tracce della trasformazione alchemica in oro; in entrambi i casi il vello «enjoys the status of a fuel» (p. 19). L'analogia permette di far riferimento alla trasformazione che investe la potenzialità della sostanza o ai processi alchemici che essa può innescare agendo come un combustibile. La voce Biomass affronta il tema della conversione de biocarburanti a partire da un episodio tratto da L'Isola Misteriosa(1874), un romanzo in cui Jules Verne narra l'eroico tentativo di Cyrus Smith di creare nitroglicerina su un'isola deserta. L'autore descrive dettagliatamente le fasi della reazione chimica non come passaggi di trasformazione dello stato della materia, ma come formule di un misterioso rituale alchemico. Pinkus suggerisce l'analogia tra l'affabulazione narrativa di questo romanzo “chimico” e le retoriche delle infrastrutture contemporanee che promuovono nuove tecnologie di estrazione energetica dalla biomassa omettendo i lunghi e spesso inquinanti passaggi necessari alla trasformazione.
Forse la voce più interessante di questo dizionario speculativo è Helium-3,un isotopo non radioattivo dell'Elio che – se non fosse così raro sulla Terra – potrebbe essere usato come fonte di energia pulita nelle centrali elettriche a fusione. Questo isotopo si trova in gran quantità sulla superficie delle rocce lunari, dove giace inutilizzato. Karen Pinkus ci racconta il lato oscuro di questo sogno di energia pulita attraverso una distopia cinematografica: Moon(2008) di Duncan Jones. Il giovane regista britannico immagina un futuro in cui è stato scoperto un combustibile non inquinante e talmente potente da risolvere il problema dell'inquinamento globale. Gli effetti negativi di questa rivoluzione non ricadono sull'ambiente e sulla popolazione terrestre soltanto perché il processo estrattivo è stato dislocato in colonie minerarie lunari affidate a cloni umani che vivono nelle stesse condizioni dei minatori del passato. Lo scopo di questa incursione nell'immaginario fantascientifico cinematografico non è quello di promuovere l'insegnamento della scienza del cambiamento climatico antropogenico o discutere sulle alternative ai combustibili fossili attraverso il cinema, quanto piuttosto usare la narrazione per destrutturare il racconto mistificatorio e dominante sull'uso dei combustibili.

L'impalcatura speculativa di Fuel si regge sulla convinzione che lo sguardo trasversale delle scienze umanistiche, possa aiutarci a pensare ai combustibili come potenzialità di futuro e di speranza. In questa prospettiva, un testo come Fuel si prefigura un potente alleato per de-gerarchizzare le diverse forme di queste sostanze e ridefinire le dinamiche della nostra relazione con esse.


1D. Haraway, Anthropocene, Capitalocene, Plantationocene, Chthulucene: Making Kin, in «Environmental Humanities», vol. 6, 2015, pp. 159-165.

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